Era il 9 marzo 1973.
Franca Rame camminava per via Nirone, a Milano, diretta dal parrucchiere. A un certo punto, un furgone le si affiancò.
Cinque uomini col passamontagna la costrinsero a salire, puntandole una pistola alla schiena.
La violentarono a turno. Le spensero sigarette sui seni. La tagliarono con le lamette. Per ore, dentro quel furgone in movimento. Poi la scaricarono vicino al Castello Sforzesco, sanguinante, a pezzi.
Franca Rame era un’attrice. Ma soprattutto era una donna che parlava. Che non stava zitta. Che insieme a Dario Fo portava a teatro ciò che il potere voleva nascondere. Che si era esposta sul caso Pinelli.
Per questo andava punita nel modo più bestiale possibile.
E quando la notizia dello stupro arrivò in caserma, il generale Palumbo, comandante della Pastrengo, esultò.
Nessuno fu mai condannato.
Dario Fo scrisse una lettera al Presidente della Repubblica Scalfaro, chiedendo verità e giustizia. Il Quirinale non rispose mai.
La lettera, dissero, si era smarrita nelle poste.
Ma Franca Rame fece l’unica cosa quei cinque uomini e i loro mandanti in divisa non avevano messo in conto. L’unica cosa che li ha sconfitti più di qualunque sentenza che non è mai arrivata.
Parlò.
Nel 1975 scrisse Lo Stupro, un monologo devastante che presentò come la storia di un’altra donna. Era la sua.
Lo fece leggere a Dario Fo, che fino a quel momento non sapeva. Mentre lo guardava sfogliare quelle pagine, per la prima volta, dopo due anni, riuscì a piangere.
Quel monologo andò in scena oltre tremila volte.
Nel 1987, in diretta su Rai 1, davanti a milioni di italiani, Franca Rame disse la verità: quella storia era la sua.
E da quel momento trasformò la violenza subita in una battaglia. Per cambiare una legge che ancora classificava lo stupro come reato “contro la morale pubblica e il buon costume” anziché come reato contro la persona.
Una legge che fu finalmente riformata nel 1996.
Franca Rame è morta il 29 maggio 2013. Senza aver mai visto una condanna. Senza che lo Stato le abbia mai chiesto scusa.
Ma senza aver mai smesso di parlare.
E finché qualcuno continuerà a ricordare questa storia, quei cinque uomini e i loro mandanti in divisa avranno perso.
Perché volevano il silenzio.
E hanno ottenuto l’esatto contrario.
Franca Rame camminava per via Nirone, a Milano, diretta dal parrucchiere. A un certo punto, un furgone le si affiancò.
Cinque uomini col passamontagna la costrinsero a salire, puntandole una pistola alla schiena.
La violentarono a turno. Le spensero sigarette sui seni. La tagliarono con le lamette. Per ore, dentro quel furgone in movimento. Poi la scaricarono vicino al Castello Sforzesco, sanguinante, a pezzi.
Franca Rame era un’attrice. Ma soprattutto era una donna che parlava. Che non stava zitta. Che insieme a Dario Fo portava a teatro ciò che il potere voleva nascondere. Che si era esposta sul caso Pinelli.
Per questo andava punita nel modo più bestiale possibile.
E quando la notizia dello stupro arrivò in caserma, il generale Palumbo, comandante della Pastrengo, esultò.
Nessuno fu mai condannato.
Dario Fo scrisse una lettera al Presidente della Repubblica Scalfaro, chiedendo verità e giustizia. Il Quirinale non rispose mai.
La lettera, dissero, si era smarrita nelle poste.
Ma Franca Rame fece l’unica cosa quei cinque uomini e i loro mandanti in divisa non avevano messo in conto. L’unica cosa che li ha sconfitti più di qualunque sentenza che non è mai arrivata.
Parlò.
Nel 1975 scrisse Lo Stupro, un monologo devastante che presentò come la storia di un’altra donna. Era la sua.
Lo fece leggere a Dario Fo, che fino a quel momento non sapeva. Mentre lo guardava sfogliare quelle pagine, per la prima volta, dopo due anni, riuscì a piangere.
Quel monologo andò in scena oltre tremila volte.
Nel 1987, in diretta su Rai 1, davanti a milioni di italiani, Franca Rame disse la verità: quella storia era la sua.
E da quel momento trasformò la violenza subita in una battaglia. Per cambiare una legge che ancora classificava lo stupro come reato “contro la morale pubblica e il buon costume” anziché come reato contro la persona.
Una legge che fu finalmente riformata nel 1996.
Franca Rame è morta il 29 maggio 2013. Senza aver mai visto una condanna. Senza che lo Stato le abbia mai chiesto scusa.
Ma senza aver mai smesso di parlare.
E finché qualcuno continuerà a ricordare questa storia, quei cinque uomini e i loro mandanti in divisa avranno perso.
Perché volevano il silenzio.
E hanno ottenuto l’esatto contrario.
