Essere o non essere

Vespera

Well-known member
Bluepillato
Wallata
Tempo fa leggendo questo passo dell'Amleto, ho pensato che il presente monologo non parlasse soltanto del suicidio, ma anche di qualcosa che ci riguarda tutti nel quotidiano, ovvero la paura di agire.

Amleto si interroga sulla possibilità di scegliere la morte per sottrarsi alle sofferenze della vita. Tuttavia, il suo monologo potrebbe non essere visto unicamente come un discorso sulla morte.

Quando infatti non siamo? Solo quando si smette di vivere, o anche quando ci sottraiamo alle scelte, alle responsabilità, alle conseguenze delle nostre azioni o omissioni?

Quando Amleto parla della morte come di un sonno, sembra che la immagini come una pausa, un rifugio dal dolore. Ma subito dopo emerge la paura dei sogni stessi, cioè dell’ignoto. La morte potrebbe allora rivelarsi non il riposo tanto anelato, la fine di ogni sofferenza, ma qualcosa di profondamente perturbante. Ed è proprio qui, secondo me, che il discorso si allarga: non è soltanto la paura di morire che tormenta Amleto, ma la paura di ciò che non può controllare. Questa paura allora non riguarda solo un'eventuale vita dopo la morte, ma anche ogni scelta importante della vita.

Amleto afferma che la coscienza ci rende tutti codardi. Pensare troppo, analizzare tutto, prevedere ogni conseguenza, spesso non ci rende più forti, ma più indecisi. La mente, invece di aiutarci ad agire, potrebbe diventare un ostacolo. Si resta fermi non perché non si sappia cosa fare, ma perché si ha paura di sbagliare.

Per questo ho avuto l’impressione che “essere o non essere” significhi anche agire o non agire, scegliere o restare immobili. A volte “non essere” è continuare a vivere senza esporsi, senza rischiare, senza affrontare davvero ciò che si è. È una forma più silenziosa, ma non meno dolorosa, di rinuncia e di morte in vita.


«Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d'oltraggiosa fortuna
o prender armi contro un mare d'affanni
e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…
nient'altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l'ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell'oppressore, l'ingiuria dell'uomo superbo,
gli spasimi dell'amore disprezzato, il ritardo della legge,
l'insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione.»
 
Tempo fa leggendo questo passo dell'Amleto, ho pensato che il presente monologo non parlasse soltanto del suicidio, ma anche di qualcosa che ci riguarda tutti nel quotidiano, ovvero la paura di agire.

Amleto si interroga sulla possibilità di scegliere la morte per sottrarsi alle sofferenze della vita. Tuttavia, il suo monologo potrebbe non essere visto unicamente come un discorso sulla morte.

Quando infatti non siamo? Solo quando si smette di vivere, o anche quando ci sottraiamo alle scelte, alle responsabilità, alle conseguenze delle nostre azioni o omissioni?

Quando Amleto parla della morte come di un sonno, sembra che la immagini come una pausa, un rifugio dal dolore. Ma subito dopo emerge la paura dei sogni stessi, cioè dell’ignoto. La morte potrebbe allora rivelarsi non il riposo tanto anelato, la fine di ogni sofferenza, ma qualcosa di profondamente perturbante. Ed è proprio qui, secondo me, che il discorso si allarga: non è soltanto la paura di morire che tormenta Amleto, ma la paura di ciò che non può controllare. Questa paura allora non riguarda solo un'eventuale vita dopo la morte, ma anche ogni scelta importante della vita.

Amleto afferma che la coscienza ci rende tutti codardi. Pensare troppo, analizzare tutto, prevedere ogni conseguenza, spesso non ci rende più forti, ma più indecisi. La mente, invece di aiutarci ad agire, potrebbe diventare un ostacolo. Si resta fermi non perché non si sappia cosa fare, ma perché si ha paura di sbagliare.

Per questo ho avuto l’impressione che “essere o non essere” significhi anche agire o non agire, scegliere o restare immobili. A volte “non essere” è continuare a vivere senza esporsi, senza rischiare, senza affrontare davvero ciò che si è. È una forma più silenziosa, ma non meno dolorosa, di rinuncia e di morte in vita.


«Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d'oltraggiosa fortuna
o prender armi contro un mare d'affanni
e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…
nient'altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l'ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell'oppressore, l'ingiuria dell'uomo superbo,
gli spasimi dell'amore disprezzato, il ritardo della legge,
l'insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione.»
Basta, stronza.
 
Tempo fa leggendo questo passo dell'Amleto, ho pensato che il presente monologo non parlasse soltanto del suicidio, ma anche di qualcosa che ci riguarda tutti nel quotidiano, ovvero la paura di agire.

Amleto si interroga sulla possibilità di scegliere la morte per sottrarsi alle sofferenze della vita. Tuttavia, il suo monologo potrebbe non essere visto unicamente come un discorso sulla morte.

Quando infatti non siamo? Solo quando si smette di vivere, o anche quando ci sottraiamo alle scelte, alle responsabilità, alle conseguenze delle nostre azioni o omissioni?

Quando Amleto parla della morte come di un sonno, sembra che la immagini come una pausa, un rifugio dal dolore. Ma subito dopo emerge la paura dei sogni stessi, cioè dell’ignoto. La morte potrebbe allora rivelarsi non il riposo tanto anelato, la fine di ogni sofferenza, ma qualcosa di profondamente perturbante. Ed è proprio qui, secondo me, che il discorso si allarga: non è soltanto la paura di morire che tormenta Amleto, ma la paura di ciò che non può controllare. Questa paura allora non riguarda solo un'eventuale vita dopo la morte, ma anche ogni scelta importante della vita.

Amleto afferma che la coscienza ci rende tutti codardi. Pensare troppo, analizzare tutto, prevedere ogni conseguenza, spesso non ci rende più forti, ma più indecisi. La mente, invece di aiutarci ad agire, potrebbe diventare un ostacolo. Si resta fermi non perché non si sappia cosa fare, ma perché si ha paura di sbagliare.

Per questo ho avuto l’impressione che “essere o non essere” significhi anche agire o non agire, scegliere o restare immobili. A volte “non essere” è continuare a vivere senza esporsi, senza rischiare, senza affrontare davvero ciò che si è. È una forma più silenziosa, ma non meno dolorosa, di rinuncia e di morte in vita.


«Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d'oltraggiosa fortuna
o prender armi contro un mare d'affanni
e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…
nient'altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l'ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell'oppressore, l'ingiuria dell'uomo superbo,
gli spasimi dell'amore disprezzato, il ritardo della legge,
l'insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione.»
Il primissimo filosofo ad affrontare tale argomento fu Parmenide, il presocratico elastico del VI a.C.

Essere = unico, unico genere, inegenerato, eterno, continuo, immutabile.

Non essere = non esiste quindi non và menzionato nè studiato.

I presocratici naturalisti quali Empedocle, Anassagora e Democrito studieranno la Natura (Physis) utilizzando in parte il divieto eleatico di Parmenide.
Infatti i 4 elementi sono eterni, ingenerati e incorruttibili ma presentano la molteplicità e non la singolarità rispetto all’essere parmenideo.
Come gli infiniti semi di Anassagora.
O gli atomi di Democrito.
 
Per Emanuele Severino tutti gli enti che si manifestano "alla" coscienza sono eterni. La nostra vita passata, presente e futura è già da sempre esistente e quindi ogni nostra azione è predeterminata.
Mi piace pensare che ci possa essere un po' di spazio per il libero arbitrio, così da avere la possibilità di orientare la nostra vita in base ai valori da cui ci sentiamo rappresentati.
 
Mi piace pensare che ci possa essere un po' di spazio per il libero arbitrio, così da avere la possibilità di orientare la nostra vita in base ai valori da cui ci sentiamo rappresentati.

Dalla nostra prospettiva può sembrare che sia così perché gli enti appaiono e scompaiono, ma bisogna tenere presente che se "l'essere è e il non essere non è" il pensiero (un ente) che ora ho e che prima non avevo non può essersi generato dal nulla perché ex nihilo nihil fit, così come esso tra poco non potrà annullarsi perché ciò che è non può diventare nulla. Dalla prospettiva della "visio Dei" che caratterizza la coscienza infinita invece tutto risulta attuale e già da sempre compiuto, comprese le azioni che interpretiamo come libere.
 
Ultima modifica:
Dalla nostra prospettiva può sembrare che sia così perché gli enti appaiono e scompaiono, ma bisogna tenere presente che se "l'essere è e il non essere non è" il pensiero che ora ho e che prima non avevo non può essersi generato dal nulla perché ex nihilo nihil fit, così come esso tra poco non potrà annullarsi perché ciò che è non può diventare nulla. Dalla prospettiva della "visio Dei" invece tutto risulta attuale e già da sempre compiuto, comprese le azioni che interpretiamo come libere.
stasera non sono abbastanza lucida per risponderti, ci penso e vedo se domani riesco a tirare fuori qualcosa, ma ti anticipo che la prospettiva di dio non mi convince
 
La morte predispone la vita, il fatto è che non esistiamo come io statico, non abbiamo una identità, siamo infinite coscienze per infiniti istanti, a tenere le coscienze allineate sono i ricordi e l emotività base.
Infatti in neurologia per morte psichica si intende la disgregazione di questi collanti.
Per me tutto è coscienza e tutto è la stessa coscienza
 
La morte predispone la vita, il fatto è che non esistiamo come io statico, non abbiamo una identità, siamo infinite coscienze per infiniti istanti, a tenere le coscienze allineate sono i ricordi e l emotività base.
Infatti in neurologia per morte psichica si intende la disgregazione di questi collanti.
Per me tutto è coscienza e tutto è la stessa coscienza
Hume probabilmente ti darebbe ragione, ma io mi chiedo: scegliere di non scegliere è una scelta sensata? Lasciare che sia ciò che è e non intervenire, per paura dell'ignoto, inerzia, timore di sbagliare, è vivere?
 
stasera non sono abbastanza lucida per risponderti, ci penso e vedo se domani riesco a tirare fuori qualcosa, ma ti anticipo che la prospettiva di dio non mi convince
Escludere dio dalla vita è infelice, il solo pensare a Dio conferma l esistenza, se Dio è perfetto allora esiste.
Prova a leggere il vangelo di tommaso, dio è la stessa coscienza di tutto, non sminuire Dio a un luogo fisico o a pensieri sottodimensionati.
Poi per quanto riguarda hume, non sono neanche chi sia, non si sta scegliendo di non essere, non intendevo quello prof
 
Tempo fa leggendo questo passo dell'Amleto, ho pensato che il presente monologo non parlasse soltanto del suicidio, ma anche di qualcosa che ci riguarda tutti nel quotidiano, ovvero la paura di agire.

Amleto si interroga sulla possibilità di scegliere la morte per sottrarsi alle sofferenze della vita. Tuttavia, il suo monologo potrebbe non essere visto unicamente come un discorso sulla morte.

Quando infatti non siamo? Solo quando si smette di vivere, o anche quando ci sottraiamo alle scelte, alle responsabilità, alle conseguenze delle nostre azioni o omissioni?

Quando Amleto parla della morte come di un sonno, sembra che la immagini come una pausa, un rifugio dal dolore. Ma subito dopo emerge la paura dei sogni stessi, cioè dell’ignoto. La morte potrebbe allora rivelarsi non il riposo tanto anelato, la fine di ogni sofferenza, ma qualcosa di profondamente perturbante. Ed è proprio qui, secondo me, che il discorso si allarga: non è soltanto la paura di morire che tormenta Amleto, ma la paura di ciò che non può controllare. Questa paura allora non riguarda solo un'eventuale vita dopo la morte, ma anche ogni scelta importante della vita.

Amleto afferma che la coscienza ci rende tutti codardi. Pensare troppo, analizzare tutto, prevedere ogni conseguenza, spesso non ci rende più forti, ma più indecisi. La mente, invece di aiutarci ad agire, potrebbe diventare un ostacolo. Si resta fermi non perché non si sappia cosa fare, ma perché si ha paura di sbagliare.

Per questo ho avuto l’impressione che “essere o non essere” significhi anche agire o non agire, scegliere o restare immobili. A volte “non essere” è continuare a vivere senza esporsi, senza rischiare, senza affrontare davvero ciò che si è. È una forma più silenziosa, ma non meno dolorosa, di rinuncia e di morte in vita.


«Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d'oltraggiosa fortuna
o prender armi contro un mare d'affanni
e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…
nient'altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l'ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell'oppressore, l'ingiuria dell'uomo superbo,
gli spasimi dell'amore disprezzato, il ritardo della legge,
l'insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione.»
Bellissimo
Ma è solo coping perché è San Valentino di la verità.
 
mi hai appena descritto cazzo. hai descritto me e la mia vita. e piango di nuovo come un frocio. grazie per aver condiviso questa riflessione

come si esce dalla paura di non esporsi?
 
Si bei discorsi sono sicurissimo che tra un truecel che avesse fatto un post del genere e la gente bella che si è scopata di sto forum avrebbe di sicuro scelto il primo
 
Indietro
Top