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Commento trovato su fb su lotta di classe e carceri
Nelle carceri c’è la chiara consapevolezza della lotta di classe da parte della borghesia nei confronti del proletariato. Solo che la borghesia viene identificata con una serie di figure professionali beneducate “di sinistra” (avvocati giudici e psicologi) e il proletariato con la borgata “di destra”, che fa banda o tribù o famiglia per difendersi dal mondo infame. Quasi tutti capiscono che il valore della persona trascende il colore, ma altrettanti sperimentano che i disperati traumatizzati da una vita di migrazione e miseria diventano altamente antisociali e bisogna stare all’occhio. In carcere si è di destra perché le belle parole stanno a zero e la solidarietà PERSONALE è l’unica moneta spendibile ed è esattamente questo significato che si attribuisce alla destra: un “noi” forte contro un “tutti” astratto che lascia fuori sempre gli stessi. E fuori dal carcere uguale. Finché sinistra non torna a significare qualcosa di concreto per strada e in cella sarà sempre così. Di contro, i detenuti politici quando entrano a contatto con la popolazione carceraria - e si cerca di evitarlo - sono rispettati e tenuti in considerazione perché hanno avuto le palle di spendersi personalmente per quello in cui credono senza tornaconto individuale, e queste cose si traducono in valori rispettati trasversalmente: coraggio e fedeltà a una causa. Il contrario, chi è pavido e ipocrita, puzza di infamità. (Da quello che ho osservato lavorando in carcere come insegnante e parlando con detenuti di oggi e ieri).