Le non-persone non sono esseri umani.
In bioetica il concetto di persona è molto importante, perché da esso dipendono questioni delicate come l’aborto, la fecondazione assistita, la sperimentazione sugli embrioni, il fine vita, l’eutanasia, la disabilità grave e la condizione dei pazienti in stato vegetativo permanente.
Ci si interroga dunque sul significato del termine persona e se essere umano e persona coincidano sempre.
La questione è particolarmente complessa, perché il termine “essere umano” è inteso in senso biologico, cioè individuo appartenente alla specie umana, mentre il termine “persona” ha un significato morale, filosofico e giuridico e indica un soggetto portatore di dignità, diritti, interessi e valore morale.
Una prima posizione è quella personalista. Secondo questa prospettiva, ogni essere umano è persona dal momento in cui esiste come individuo umano. La dignità non dipende dalle capacità attualmente esercitate, come la razionalità, l’autonomia o la coscienza. Perciò anche l’embrione, il neonato, il paziente in coma vegetativo permanente o la persona con gravissima disabilità sono persone a pieno titolo.
Il punto forte di questa posizione è che tutela ogni essere umano, soprattutto nelle condizioni di massima fragilità. Nessuno può essere escluso dalla categoria di persona perché non è autonomo, non è cosciente o non possiede determinate capacità cognitive.
Una seconda posizione è quella funzionalista. Secondo questa prospettiva, non basta appartenere biologicamente alla specie umana per essere considerati persone in senso pieno. La persona viene definita attraverso alcune funzioni: coscienza, autocoscienza, capacità di avere preferenze e interessi. La questione riguarda quindi il rapporto tra vita biologica e vita soggettivamente vissuta. Una vita può essere presente dal punto di vista biologico, ma ci si può chiede anche se quella vita sia ancora una vita personale, cioè una vita che appartiene a qualcuno come esperienza biografica.
In questo quadro particolarmente interessante e controversa risulta la posizione Peter Singer, perché l'autore separa il valore morale dalla semplice appartenenza alla specie. Non tutti gli esseri umani, secondo Singer, sarebbero automaticamente persone nello stesso senso; al contrario, alcuni animali non umani potrebbero possedere caratteristiche personali più sviluppate di alcuni esseri umani in determinate condizioni estreme. Grandi scimmie, delfini, elefanti e altri animali socialmente e cognitivamente complessi non sarebbero dunque semplici oggetti biologici, ma soggetti portatori di interessi.
Questo sposta il discorso dal valore astratto della vita biologica alla qualità della vita dal punto di vista del soggetto che la vive. Qui però sorgono dei problemi, per esempio come valutare la condizione di chi non può esprimersi e chi ha il diritto di interpretare la volontà o il bene di un altro essere vivente.