Come da titolo, creo un 3d per spiegare il motivo per cui comportamenti di discriminazione e pregiudizio verso altri gruppi umani sono stati tratti evolutivamente vantaggiosi.
Per buona pace dei perbenisti, questi meccanismi rimangono impressi a caldo nella psiche umana e non potranno mai essere completamente debellati, perché per la stragrande maggioranza della storia umana sono stati estremamente utili per la sopravvivenza.
I meccanismi biologici alla base di tali comportamenti vengono definiti come riconoscimento dei gruppi interni ed esterni e si sono sviluppati in contesti in cui la sopravvivenza dipendeva dalla coesione di piccoli gruppi e da una costante gestione del rischio.
Per la maggior parte della storia umana gli individui hanno vissuto in comunità ristrette, relativamente isolate, spesso in competizione tra loro per risorse limitate. In questo scenario, identificare rapidamente chi apparteneva al proprio gruppo e chi no aveva un chiaro valore adattivo.
Durante la fase di crescita avviene un imprinting. Il bambino interiorizza i tratti somatici, comportamentali e culturali della comunità in cui cresce e li associa a familiarità, prevedibilità e sicurezza.
Questi tratti diventano marcatori automatici di appartenenza. Al contrario, individui che non presentano tali caratteristiche vengono percepiti come esterni al gruppo e quindi come potenziali minacce.
Questa risposta non è il risultato di un ragionamento consapevole, ma di processi cognitivi rapidi che privilegiano la riduzione del rischio rispetto all’accuratezza.
A ciò si aggiunge il fatto che le popolazioni umane si sono adattate per millenni a specifici ambienti (clima, disponibilità alimentare, carico patogeno, fotoperiodo, ecosistema, ecc) ed hanno esercitato pressioni selettive costanti.
Questi adattamenti locali non implicano alcuna superiorità, ma una semplice ottimizzazione funzionale rispetto a un determinato contesto ambientale.
La mescolanza tra popolazioni adattate a condizioni ambientali differenti tendeva a ridurre la specializzazione per ciascun ambiente, producendo individui più generalisti e quindi meno ottimizzati per gli ambienti originali dei genitori, indebolendo la prole.
In questo quadro, la diffidenza verso gruppi esterni può essere vista come un sottoprodotto di meccanismi selezionati per mantenere coesione, prevedibilità e adattamento locale.
La distanza somatica e culturale agisce come un gradiente, più l’altro si discosta dai marcatori interiorizzati durante lo sviluppo, maggiore è la risposta di cautela.
La cultura può amplificare o modulare questi bias, ma non li crea dal nulla.
Concludo dicendo, ben venga la biodiversità umana, le differenze vanno tutelate e valorizzate non cancellate. Non arroghiamoci il diritto di custodire e proteggere ecosistemi e biodiversità di altre specie, senza non curarsi della nostra.
Per buona pace dei perbenisti, questi meccanismi rimangono impressi a caldo nella psiche umana e non potranno mai essere completamente debellati, perché per la stragrande maggioranza della storia umana sono stati estremamente utili per la sopravvivenza.
I meccanismi biologici alla base di tali comportamenti vengono definiti come riconoscimento dei gruppi interni ed esterni e si sono sviluppati in contesti in cui la sopravvivenza dipendeva dalla coesione di piccoli gruppi e da una costante gestione del rischio.
Per la maggior parte della storia umana gli individui hanno vissuto in comunità ristrette, relativamente isolate, spesso in competizione tra loro per risorse limitate. In questo scenario, identificare rapidamente chi apparteneva al proprio gruppo e chi no aveva un chiaro valore adattivo.
Durante la fase di crescita avviene un imprinting. Il bambino interiorizza i tratti somatici, comportamentali e culturali della comunità in cui cresce e li associa a familiarità, prevedibilità e sicurezza.
Questi tratti diventano marcatori automatici di appartenenza. Al contrario, individui che non presentano tali caratteristiche vengono percepiti come esterni al gruppo e quindi come potenziali minacce.
Questa risposta non è il risultato di un ragionamento consapevole, ma di processi cognitivi rapidi che privilegiano la riduzione del rischio rispetto all’accuratezza.
A ciò si aggiunge il fatto che le popolazioni umane si sono adattate per millenni a specifici ambienti (clima, disponibilità alimentare, carico patogeno, fotoperiodo, ecosistema, ecc) ed hanno esercitato pressioni selettive costanti.
Questi adattamenti locali non implicano alcuna superiorità, ma una semplice ottimizzazione funzionale rispetto a un determinato contesto ambientale.
La mescolanza tra popolazioni adattate a condizioni ambientali differenti tendeva a ridurre la specializzazione per ciascun ambiente, producendo individui più generalisti e quindi meno ottimizzati per gli ambienti originali dei genitori, indebolendo la prole.
In questo quadro, la diffidenza verso gruppi esterni può essere vista come un sottoprodotto di meccanismi selezionati per mantenere coesione, prevedibilità e adattamento locale.
La distanza somatica e culturale agisce come un gradiente, più l’altro si discosta dai marcatori interiorizzati durante lo sviluppo, maggiore è la risposta di cautela.
La cultura può amplificare o modulare questi bias, ma non li crea dal nulla.
Concludo dicendo, ben venga la biodiversità umana, le differenze vanno tutelate e valorizzate non cancellate. Non arroghiamoci il diritto di custodire e proteggere ecosistemi e biodiversità di altre specie, senza non curarsi della nostra.
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