Di fronte alle immagini del quartiere Hwasong, della zona turistica di Wonsan-Kalma, della città di Samjiyon e delle gigantesche azienze agricole di Ryonpho, Kangdong e Sinuiju, molti non credono ai propri occhi e non riescono a spiegarsi l’origine del miracolo economico nordcoreano. Il profano medio non ha dubbi: è tutto merito delle importazioni dalla Cina. Ma i dati raccontano un’altra storia…
«Molti ricercatori specializzati in studi sulla Corea del Nord indicano la Cina come l’“ancora di salvezza” a sostegno della RPDC. Tuttavia, persino la Cina, timorosa di boicottaggi secondari, ha osservato le severe sanzioni statunitensi imposte nel 2017», nota il processor Phillip H. Park dell’Università di Kyungnam. «Inoltre, dall’inizio del 2020, la RPDC ha sigillato completamente i suoi confini per prevenire la diffusione del COVID-19. Queste circostanze suggeriscono che l’economia della RPDC potrebbe possedere una resilienza e un’autonomia che sfidano le vedute convenzionali prevalenti».
Gli scambi tra Pechino e Pyongyang toccarono il massimo storico di 6,56 miliardi di dollari nel 2013 – subito prima dell’epurazione di Jang Song Thaek – per poi contrarsi bruscamente dopo le più rigide sanzioni dell’Onu del 2016-17, approvate e in parte scritte dalla Cina stessa, e cessare quasi del tutto negli anni della pandemia. Oggi il volume dei traffici è in ripresa, salendo a 2,73 miliardi nel 2025, ma ammonta a meno della metà di dieci anni prima e non ha meanche ancora raggiunto il picco pre-Covid di 2,79 miliardi nel 2019.
Negli anni 2014-16, nell’epoca d’oro del commercio e degli investimenti prima della stretta delle sanzioni, il PIL crebbe a un tasso annuale composto del 5,79%. Traguardo significativo, specie per un paese costretto a destinare quasi il 16% del bilancio al settore della difesa, ma negli anni 2021-23, mentre la stampa straniera evocava lo spettro di una “nuova carestia”, il tasso balzò a un incredibile 12%.
«Raggiungere un CAGR del 12% del PIL in tre anni è senza dubbio un’impresa notevole», scrive ancora il professor Park. «Ciò che la rende ancora più notevole è il contesto: la RPDC ha attuato una chiusura completa delle frontiere durante questo periodo per contrastare la diffusione del Covid-19, portando alla cessazione di tutto il commercio internazionale, in particolare con la Cina. In essenza, questo sostanziale CAGR del 12% del PIL in tre anni è determinato esclusivamente da sforzi interni alla RPDC».
E la Russia? Nel 2023 il fatturato commerciale aumentò di nove volte, arrivando a… soli 34,4 milioni di dollari. Se l’inosservanza delle sanzioni da parte di Mosca indubbiamente aiuta, in particolare con l’accresciuta disponibilità di carburanti che spiega la rapida diffusione delle automobili, il grande balzo dallo sviluppo estensivo a quello intensivo è avvenuto quando il commercio estero aveva un peso insignificante. Il punto è, signore e signori, che lo “stalinismo” funziona.
«Molti ricercatori specializzati in studi sulla Corea del Nord indicano la Cina come l’“ancora di salvezza” a sostegno della RPDC. Tuttavia, persino la Cina, timorosa di boicottaggi secondari, ha osservato le severe sanzioni statunitensi imposte nel 2017», nota il processor Phillip H. Park dell’Università di Kyungnam. «Inoltre, dall’inizio del 2020, la RPDC ha sigillato completamente i suoi confini per prevenire la diffusione del COVID-19. Queste circostanze suggeriscono che l’economia della RPDC potrebbe possedere una resilienza e un’autonomia che sfidano le vedute convenzionali prevalenti».
Gli scambi tra Pechino e Pyongyang toccarono il massimo storico di 6,56 miliardi di dollari nel 2013 – subito prima dell’epurazione di Jang Song Thaek – per poi contrarsi bruscamente dopo le più rigide sanzioni dell’Onu del 2016-17, approvate e in parte scritte dalla Cina stessa, e cessare quasi del tutto negli anni della pandemia. Oggi il volume dei traffici è in ripresa, salendo a 2,73 miliardi nel 2025, ma ammonta a meno della metà di dieci anni prima e non ha meanche ancora raggiunto il picco pre-Covid di 2,79 miliardi nel 2019.
Negli anni 2014-16, nell’epoca d’oro del commercio e degli investimenti prima della stretta delle sanzioni, il PIL crebbe a un tasso annuale composto del 5,79%. Traguardo significativo, specie per un paese costretto a destinare quasi il 16% del bilancio al settore della difesa, ma negli anni 2021-23, mentre la stampa straniera evocava lo spettro di una “nuova carestia”, il tasso balzò a un incredibile 12%.
«Raggiungere un CAGR del 12% del PIL in tre anni è senza dubbio un’impresa notevole», scrive ancora il professor Park. «Ciò che la rende ancora più notevole è il contesto: la RPDC ha attuato una chiusura completa delle frontiere durante questo periodo per contrastare la diffusione del Covid-19, portando alla cessazione di tutto il commercio internazionale, in particolare con la Cina. In essenza, questo sostanziale CAGR del 12% del PIL in tre anni è determinato esclusivamente da sforzi interni alla RPDC».
E la Russia? Nel 2023 il fatturato commerciale aumentò di nove volte, arrivando a… soli 34,4 milioni di dollari. Se l’inosservanza delle sanzioni da parte di Mosca indubbiamente aiuta, in particolare con l’accresciuta disponibilità di carburanti che spiega la rapida diffusione delle automobili, il grande balzo dallo sviluppo estensivo a quello intensivo è avvenuto quando il commercio estero aveva un peso insignificante. Il punto è, signore e signori, che lo “stalinismo” funziona.

